Povertà in aumento, Cgil: “Colpisce 11 famiglie su 100″ | Archivio di Tuttiassunti · Quotidiano on line su economia e lavoro in Abruzzo e Molise
Carrecini


7 Giugno 2007

Povertà in aumento, Cgil: “Colpisce 11 famiglie su 100″


ir.jpgLa poverta’ e’ un fenomeno che continua a interessare oltre l’11% delle famiglie italiane (e oltre il 13% degli individui), con punte che superano il 25% nel Mezzogiorno. Lo sottolinea il XVI Spi Cgil-Cer su indicatori di benessere e politiche sociali, presentato oggi al centro congressi Frentani con la partecipazione del ministro della Solidarieta’ Sociale Paolo Ferrero. Si tratta di poverta’ diffusa, quindi, se e’ vero che il reddito familiare medio delle famiglie posizionate in fondo alla scala distributiva e’ inferiore a 5 mila euro annui, un valore che rappresenta una soglia di sussistenza. Si distingue poi, il nostro paese, per una maggiore sperequazione nella distribuzione del reddito (lievemente diminuita nella seconda meta’ degli anni ‘90, per tornare ad aumentare nel corrente decennio): siamo superati in questo solo dal Portogallo, in linea con la Grecia e la Repubblica Slovacca, molto distanti dall’esempio virtuoso della Svezia, ma anche da tutti gli altri paesi dell’Europa continentale. Un ulteriore aspetto che penalizza l’Italia nel confronto internazionale e’ la maggiore diffusione della cosiddetta “privazione di base”, cioe’ la non disponibilita’ di alcune facolta’ essenziali, come la possibilita’ di riscaldare la casa in modo adeguato, effettuare almeno un periodo di vacanza l’anno, sostituire i mobili di casa, acquistare vestiti nuovi, mangiare carne, pollo o pesce, uscire con gli amici, pagare le bollette. Questa privazione e’ in Italia persistente, tende cioe’ a mantenersi nel tempo, piu’ di quanto non avvenga negli altri paesi. Accentuando le sperequazioni distributive fra chi e’ sopra e sotto le soglie di poverta’. Insomma, la vulnerabilita’ dei cittadini sembra essere in Italia piu’ accentuata che altrove, significando con cio’ la presenza di un maggiore rischio di perdere il livello di benessere raggiunto, a causa di un evento sfavorevole come il licenziamento o l’insorgere di una malattia. Eventi rispetto ai quali in Italia, e’ noto, protegge piu’ la famiglia che il sistema di welfare, il che, secondo il rapporto, “costituisce una delle priorita’ al quale il governo deve improntare l’agenda politica dei prossimi anni, rovesciando il tradizionale modo di ragionare, che fa dipendere il finanziamento del welfare dal livello di ricchezza raggiunto”. Dalle analisi del rapporto emerge che in alcuni casi (modello scandinavo e anglosassone), le politiche sociali, oltre ad offrire tutela ai piu’ deboli, si configurano come veri e propri strumenti di crescita. L’Italia anche su questo fronte non eccelle e si colloca assai male, al 14° posto in base al Pil pro-capite, e scivola al penultimo posto quando il confronto viene esteso a una dimensione delle politiche sociali non dipendente dai livelli di ricchezza. Il nostro paese mostra un netto ritardo anche nell’ambito del modello mediterraneo, cui apparteniamo per tradizione culturale. Verso quale modello si orientera’ la societa’ italiana non e’ al momento dato di sapere, non essendo ancora definite le scelte di politica economica che tale transizione dovranno guidare. Ma che scelte dovranno compiersi sembra indubitabile. L’analisi statistica del rapporto indica il successo di due strategie di politica sociale diametralmente opposte. Uguali risultati in termini di bassa disoccupazione, di inclusione di giovani e donne, di elevata produttivita’, di estensione dell’economia della conoscenza, sono stati raggiunti dai paesi scandinavi, cosi’ come dalle due economie anglosassoni dell’Europa (Regno Unito e Irlanda). Molto diverse sono state le strade intraprese per giungere a questi risultati. Su queste due opzioni, e sul modo di adattarne pregi e virtu’ alla realta’ italiana, dovranno confrontarsi le posizioni di politica economica e sociale di cui sono portatori i due schieramenti del bipolarismo italiano.