Marcinelle: una tragedia delle miniere ricordando tre morti al giorno sul lavoro | Archivio di Tuttiassunti · Quotidiano on line su economia e lavoro in Abruzzo e Molise
Carrecini


11 Agosto 2008

Marcinelle: una tragedia delle miniere ricordando tre morti al giorno sul lavoro


262 rintocchi in ricordo delle vittime della tragedia che l’8 agosto 1956 costò la vita a 262 minatori, 136 italiani, nelle miniere del Bois du Cazier a Marcinelle, nel sud del Belgio. La cerimonia si è svolta alla presenza dell’ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia, e di numerosi rappresentanti dei minatori italiani: una sessantina quelli presenti con l’elmetto e la lampada accesa sulla fronte. Nessuno di loro è stato diretto testimone della tragedia di Marcinelle, in quanto l’ultimo minatore coinvolto nell’incidente di 52 anni fa è morto lo scorso anno. Dopo la cerimonia al Bois du Cazier per ricordare i minatori italiani, ma anche i loro compagni di squadra belgi, francesi, tedeschi, russi, ucraini e di altre nazionalità rimasti intrappolati infondo al pozzo, le autorità, i cittadini e anche molte delegazioni provenienti dalle regioni italiane più colpite (soprattutto Abruzzo, Molise e Puglia), hanno deposto dei fiori al monumento internazionale alle vittime del lavoro, eretto in piazza a Marcinelle. Con il pensiero rivolto ai tre morti ogni giorno sul lavoro in Italia e ai drammi quotidiani legati all’emergenza immigrazione, la comunità italiana del Belgio si è stretta così attorno alle famiglie dei 262 minatori morti asfissiati come topi a 975 metri di profondità. Una commemorazione che ogni anno riporta sui luoghi della memoria - il Bois du Cazier, oggi trasformato in museo - centinaia di italiani, figli di emigrati e di ex minatori, che arrivano anche dalle regioni italiane più colpite dalla tragedia, come il Molise, l’Abruzzo, la Puglia. Dal sud dell’Italia furono migliaia a rispondere all’appello lanciato in virtù dell’accordo economico firmato tra il Belgio e l’Italia nel dopoguerra: manodopera in cambio di carbone. E il contributo umano di quella migrazione fu altissimo: dal 1946 al 1963 furono 867 i minatori italiani morti nelle miniere del regno belga. “Marcinelle rappresenta un pezzo di storia dell’immigrazione italiana e della costruzione dell’Europa sociale, ma rappresenta anche un grande monito per oggi”, ha detto il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, giunto da Roma con l’ex ministro per gli italiani nel Mondo Mirko Tramaglia. “Marcinelle ci ricorda le morti bianche, gli incidenti e gli infortuni sul lavoro che sono un problema prioritario per una comunità che vuole vivere con equilibrio. Marcinelle è una lezione per chi deve affrontare responsabilmente questo problema”, ha ammonito, rilevando che da Marcinelle arriva anche la lezione di riservare «un occhio più responsabile» al fenomeno dell’immigrazione in Italia. “Tanti morti sul lavoro hanno un nome straniero», ha ricordato Mantica. «E se è giusto combattere la clandestinità, dobbiamo anche saper comprendere il bisogno di lavoro e di progresso sociale che porta tanti immigrati nel nostro Paese”. Analogo il messaggio dell’ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia. “Il ricordo dei minatori morti deve essere tramandato alle nuove generazioni in memoria dell’epopea dell’immigrazione e di ciò che ha significato per il nostro Paese”, ha sottolineato l’ambasciatore. “Senza le rimesse di questi immigrati, il miracolo economico italiano non ci sarebbe stato o sarebbe stato rimandato di molto”. Cinque rintocchi per la famiglia Iezzi, che nel pozzo maledetto ha lasciato due fratelli e tre altri familiari. La vittima più giovane, Antonio Sacco, aveva solo 16 anni ed era la prima volta che scendeva in profondità. A ricordare il sacrificio di ognuno di loro, decine di vecchi minatori, con l’elmetto e la lampada accesa in testa. Testimoni di un mondo ormai scomparso, ma che rappresenta un monito per l’oggi. “Sono passati 52 anni, ma la sicurezza nei posti del lavoro non è ancora garantita, come ci dimostrano le tragedie della Thyssen e le troppe morti bianche», ha commentato Antonio Panzeri, vice presidente della Commissione affari sociali e occupazione del parlamento europeoFu un’incomprensione linguistica a causare l’esecuzione errata di una manovra da parte di un operaio italiano che non parlava bene il francese, e che determinò la tragedia di Marcinelle, nella quale morirono, 262 minatori di 12 nazionalità diverse. Fra i 136 italiani vi erano 61 minatori abruzzesi, provenienti in gran parte da Manoppello, San Valentino, Lettomanoppello e altri piccoli centri limitrofi. La tragedia di Marcinelle, il peggiore disastro mai accaduto nelle miniere belghe, fu considerata anche il frutto di un accordo, detto “Uomo-carbone”, con cui l’Italia si era impegnata nel 1946 a spingere in Belgio mille minatori a settimana ricevendo in cambio 200 chili di carbone al giorno per ogni emigrato. Italiani che, secondo lo stesso accordo, dovevano avere «un’età ancor giovane (35 anni al massimo) e un buono stato di salute”; per loro, un contratto di 12 mesi. Erano le 08:10 dell’8 agosto 1956 quando una nuvola di fumo nero si levò dalla miniera “Bois du Cazier” a Marcinelle. Un pozzo era in fiamme a 975 metri di profondità. A provocarlo era stato un incidente tutto sommato piccolo: un operaio chiamò per sbaglio l’ ascensore proprio mentre ne stava uscendo un vagoncino che, incastratosi, tranciò un tubo per il petrolio e i cavi della corrente elettrica, ad esso troppo vicini. L’incendio che ne seguì determinò la morte di 262 minatori. Il Tribunale d’inchiesta sulla strage assolse i proprietari della miniera che avevano creato le premesse della tragedia con una sistemazione così precaria delle attrezzature. Unico responsabile fu ritenuto l’ addetto alla manovra del montacarichi, l’italiano Antonio Ianetta, 27 anni. Nonostante capisse poco il francese, l’uomo fu addetto a quelle mansioni, che implicavano un coordinamento di movimenti tra chi caricava i vagoncini in fondo al pozzo e chi doveva tirar su l’ ascensore. E l’origine della manovra sbagliata pare sia stato proprio un errore di comprensione della lingua. Ma al processo, nel maggio 1959, Ianetta non ci sarà. Poco dopo la tragedia, fu fatto partire in tutta fretta per il Canada. Quella mattina erano scesi in 274 nel pozzo del Bois du Cazier. Il turno 6-14, il primo. Quando divampò l’incendio i minatori erano al lavoro da due ore. Sei di loro, che si trovavano più vicini all’ascensore, riuscirono a salirci e a farsi tirare su. Poi le fiamme bloccarono il meccanismo. Altri sei minatori furono salvati dalle squadre di salvataggio. Dei 18 uomini della squadra di salvataggio, solo due sono ancora vivi: Silvio Di Luzio, abruzzese, e Redento (Renè) Novelli, friulano. L’incendio non aveva toccato chi lavorava ai livelli più bassi della miniera e per giorni si sperò di poterli trovare ancora vivi. La speranza crebbe quando si trovò una scritta su un pezzo di legno: “Fuggiamo verso la nuova galleria”. Quando li raggiunsero, però, li trovarono tutti morti. L’11 agosto, tre giorni dopo, i soccorritori riuscirono ad estrarre dalla miniera i primi due corpi a quota - 835 metri. Ma solo dopo undici giorni le salme degli altri 260 minatori vennero restituite alle centinaia di vedove ed orfani. La miniera fu chiusa solo nel 1967.